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Il ciclo “Arte Utile: sull’utilità delle opere d’arte” indaga il rapporto tra il possibile utilizzo (o riuso) pratico delle opere d’arte e la loro sacralità ed intoccabilità.
In un ipotetico contesto post-bellico le opere di importanti artisti del novecento vengono riutilizzate per scopi “profani”: i Concetti spaziali di Fontana diventano dei porta mollette da bucato; i Mobile di Calder diventano strutture su cui stendere i panni; l’Albero di 11 metri di Penone diventa un appendiabiti.

Le opere d’arte non sono più solo godibili visivamente e concettualmente (spesso si vorrebbe toccarle, ma ciò è nella maggior parte dei casi vietato sia per ovvie esigenze di conservazione, sia per il rispetto verso l’opera in sé), ma diventano utili, si inseriscono nella quotidianità delle nostre vite.
La riflessione sull’intoccabilità e immodificabilità con cui sono viste le opere d’arte, si sviluppa non solo sul piano concettuale, ma anche su quello pratico: le opere rivisitate e rilette sono prodotte in serie e vengono vendute non come pezzi d’arte, ma come utensili, strumenti, oggetti pratici portatori di una funzione e di un uso.

In un periodo in cui il design si esprime con pezzi unici che vengono venduti a prezzi vertiginosi nelle gallerie d’arte, l’Arte Utile esce invece dai musei per entrare, come merce, nei negozi delle nostre città.
Questo avvicinamento dell’arte alla nostra quotidianità ha un che di irriverente e dissacratorio, ma se visto con ironia e leggerezza può suggerire nuove chiavi di lettura dell’arte contemporanea.

 

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